| Douwe Draaisma - Perché la vita accelera con l'età |
|||||||
![]() |
Da dove viene la sensazione di déjà vu? Perché associamo un odore a un episodio preciso? Perché la vita ci sembra più veloce con il passare degli anni e perché talvolta ricordiamo visivamente alcuni episodi della nostra infanzia, e solo quelli? Un libro che risponde alle domande che tutti ci facciamo. Douwe Draaisma ci guida in un affascinante viaggio alla scoperta della memoria autobiografica, che ci accompagna, con i suoi paradossi e le sue curiosità, dalla più tenera infanzia alle soglie della morte. Alternando il racconto di fenomeni curiosi, capitati a persone qualsiasi, e di studi approfonditi compiuti da scienziati, questo libro svela i misteri della nostra memoria. «Il ricordo è come un cane che va a stendersi dove gli pare» La nostra memoria ha una volontà propria. Ci diciamo: questo devo ricordarlo, questo momento voglio tenerlo a mente, quello sguardo, questa sensazione, questa carezza, e nel giro di un paio di mesi o persino dopo un paio di giorni notiamo che il ricordo già non si può più evocare con il colore, l'odore, il sapore che ci auguravamo. «Il ricordo», scrive Cees Nooteboom in Rituali, «è come un cane che va a stendersi dove gli pare». La memoria non si cura neanche dell'incarico di non conservare qualcosa: vorrei non aver mai visto, vissuto, essere venuto a sapere questo, magari l'avessi dimenticato, ma ciò non serve, quel ricordo resta memorizzato e si ripresenta di notte, quando non riusciamo a prendere sonno, del tutto spontaneamente e senza essere stato invitato. Anche in tal caso la memoria è un cane, arriva scodinzolando a riportarci proprio quello che avevamo gettato via per liberarcene. La parte della nostra memoria in cui registriamo quello che ci capita viene chiamata in psicologia da una ventina d'anni a questa parte «memoria autobiografica». Si tratta della cronaca della nostra vita, un lungo registro che consultiamo quando qualcuno ci chiede quale sia il nostro primo ricordo, che aspetto aveva la casa in cui abitavamo da piccoli o qual è l'ultimo libro che abbiamo letto. La memoria autobiografica è, nello stesso tempo, diario e libro dell'oblio. È come lasciare che sia un segretario indiseiplinato ad annotare la tua vita, uno che persegua interessi propri, che prenda nota minuziosamente di ciò che avresti preferito dimenticare e che, nei momenti di gloria, fa finta di prendere diligentemente appunti ma in realtà di nascosto ha già avvitato da un pezzo il cappuccio sulla penna. La memoria autobiografica ha leggi proprie ed enigmatiche. Perché non è stato annotato quasi niente prima del nostro terzo o quarto anno? Perché le offese vengono scritte sempre con inchiostro indelebile? Perché le umiliazioni sono state fissate per anni e anni con la minuziosa precisione di un verbale? Perché quando succede qualcosa di triste si ripresentano sempre momenti tristi? In caso di depressione o di insonnia la memoria autobiografica si trasforma in un registro mesto: ogni brutto ricordo viene portato verso altri brutti ricordi da una rete opprimente di rimandi incrociati. Ogni tanto la nostra memoria ci sorprende. Un odore, all'improvviso, ti riporta alla memoria una cosa alla quale non avevi più pensato per trent'anni. Una strada dove eri stato per l'ultima volta a sette anni si è ristretta fino a diventare irriconoscibile. I ricordi di gioventù possono presentarsi ai nostri occhi in maniera più nitida durante la vecchiaia che a quarant'anni. E questo è soltanto ciò che avviene tutti i giorni nella nostra memoria. Ci piacerebbe capire perché ci ricordiamo ancora esattamente dov'eravamo quando la principessa Diana ebbe l'incidente, come nasce l'esperienza di un déjà-vu e com'è possibile che il tempo sembri accelerare con l'età. È singolare il fatto che in psicologia solo da poco si sia individuato ciò che si potrebbe chiamare una «memo ria autobiografica». Perché la capaeità di immagazzinare esperienze personali e di ricordarle in un secondo tempo è proprio ciò che nell'uso linguistico quotidiano ha sempre avuto il significato di «memoria». Che cos'altro potrebbe comprendere la nostra memoria se non «esperienze personali»? Questa domanda si fonda su un malinteso. In ogni manuale di psicologia si distinguono decine di tipi di memoria. Alcune forme di memoria rimandano alla durata dell'immagazzinamento, come la memoria a breve o lungo termine, altre al senso al quale sono collegate, come la memoria uditiva o quella iconica, altre ancora al tipo di informazione che vi è stata immagazzinata, come la memoria semantica, motoria o visiva. Tutti questi tipi di memoria hanno leggi e caratteristiche proprie: il significato di una parola si ricorda in modo diverso dai movimenti dei piedi mentre si guida un'automobile, e il teorema di Pitagora a sua volta in maniera diversa rispetto al primo giorno di scuola. Il fatto che, con tutte queste forme diverse di memoria, solamente all'inizio degli anni ottanta sia stato introdotto un termine tecnico per l'immagazzinamento di ricordi di avvenimenti personali non è quindi, a un più attento esame, così strano. Bisogna piuttosto chiedersi come mai la ricerca sulla memoria autobiografica si sia messa in moto soltanto allora. Perché così tardi? |
||||||
| Back to Books | |||||||
|
Publisher:
Marsilio Venice |
|||||||
![]() |
||